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Io non obietto - memorie di un obiettore di coscienza a 40 anni dall'istituzione del servizio civile.

 

fucile spezzato

Io non obietto. L’esercito non mi piace, e non mi è mai piaciuto, senza bisogno d’incomodar la coscienza. Questione di gusto e di carattere. Addosso a me, una divisa è sbagliata. Non sono un elemento adatto. Qualunque divisa. Da quando avevo sedici anni vesto male. La mattina allungo la mano e pesco dall’armadio un paio di jeans economici e la prima maglietta che mi capita a tiro. E quando, mentre cammino, mi si slaccia una scarpa, slacciata la lascio, incurante del rischio di incespicare nelle stringhe. Così sto comodo. Così mi sento più libero. Per fortuna faccio un mestiere che sul lavoro vai bene anche sdrucito. Anzi, vai meglio.

“In Caritas non si viene coi mocassini!”. Una volta ho personalmente redarguito un volontario del servizio civile che arrivava sempre tardi per questo o quel motivo ragionevolissimo, - ieri la sveglia che non ha suonato, oggi la bicicletta che gli hanno rubato, domani un improvviso malore di nonna, o chissà quale altro sfortunato accidente, - ma secondo me la mattina a casa, prima di uscire, trascorreva troppo tempo in bagno a impomatarsi i capelli davanti allo specchio e fare le punte al colletto della camicia. Perché d’improvviso, a metà mattinata, lo vedevo sbucar fuori come se niente fosse, profumato, pettinato, stirato da capo a piedi, tutto griffe.
“L’abito non fa il monaco - ha ribattuto lui col sorrisetto - et barba non facit philosophum”. Allora, per la scarsa simpatia che mi ispirava, mi sono arrabbiato e gli ho gridato contro una ramanzina sul senso di fare il servizio civile in Caritas, proprio in Caritas e non al Comune, per esempio in Biblioteca, dove il suo latino sarebbe stato egregiamente riposto, mentre qui, apri bene le orecchie!, al Centro Caritas di prima accoglienza, noi... guardati un po’ intorno… se ti sfilassi quei bellissimi occhiali da sole, certo ti riuscirebbe meglio di vedere che noi… qui… per tua informazione… Ma in fondo non sapevo che dirgli, o non ne avevo voglia, e mi sono calmato.
Non è questione di mocassini. Lo so: se a me piace in un modo, di mettermi addosso due cenci a caso, ad altri, più attenti allo stile, può piacere diversamente. I giovani seguono le mode come i vecchi. Ognuno si sceglie le sue. Anche le biblioteche, del resto, sono pensate per accogliere la gente. All’Ariostea dentro ci hanno messo persino il Bar. Non un distributore di bevande e merendine. Un bar vero. Io ci vado ogni tanto. In mezzo ai libri, il caffè ha un sapore raffinato, e una speciale lentezza. Mescoli col cucchiaino la zolletta di zucchero, e intanto pensi a quante storie ti circondano, ferme tra milioni di pagine, molte delle quali non sfoglierai. Va così, non puoi conoscere tutto, prevedere quel che ti capiterà, seguire passo dopo passo un programma. Io non posso.

E’ la mia maniera:
giro tra gli scaffali, pesco un libro a caso, lo apro dove una piega interna lo rende più cedevole, leggo quattro righe, e poi, se mi piacciono, per una bella frase o una parola messa lì, in mezzo a una storia sconosciuta, me lo porto a casa e leggo anche il resto.
Insomma, quando mi è arrivata la cartolina di precetto frequentavo l’Università a Ferrara. Dalla Facoltà alla Caritas son quattro passi: prima dritto, poi gira, poi dritto, sei già arrivato. Non sentivo affatto il bisogno di irrobustirmi le caviglie dentro un paio di anfibi, e farmi le ossa in caserma per addestrarmi al sacro dovere di onorar la Bandiera. Neppure quegli altri discorsi mi interessavano, sulla pace e la nonviolenza, la giustizia perequativa e il diritto degli oppressi, le interpretazioni della Corte Costituzionale e il Magistero della Chiesa: le lezioncine che mi avrebbe impartito la Caritas al corso di formazione degli obiettori. Io volevo restare dov’ero, nei miei panni feriali, cercando un modo d’intender la vita nel quale potessi sentirmi a mio agio.
Il mio primo giorno alla Caritas mi son presentato con le mani in tasca e i capelli arruffati (pochi già allora, ma ancora capaci di dar prova di sé in una rada scapigliatura). Lo sgangherato portone di legno del Centro di accoglienza alle sette del mattino era chiuso. Troppo presto. Avevo smarrito la lettera del Ministero. C’era scritto di presentarsi presso l’ente Caritas a una cert’ora. Quale, non ricordavo. Nel dubbio, m’ero avviato assai presto, perché immaginavo che un Centro di prima accoglienza della Caritas aprisse i battenti all’alba. Invece là davanti c’eravamo solo io e un marocchino magrissimo coi denti marci. Ci siamo guardati in silenzio. Poi lui mi ha sorriso.

- Hai una sigaretta?

- Qui a che ora aprono?

- Una siga, ce l’hai?

- Mi sa che siamo in anticipo. Tu sai quando apre?

- Scusa, ce l’avresti per fare due tiri?

Si chiama Abdul. Non avevo ancora messo un piede in Caritas, e già provava a scroccarmi le sigarette. Al Centro d’accoglienza, dopo il mio anno da obiettore, ci sarei rimasto a lavorare, e ogni giorno lui, con quello stesso sorriso sdentato che mi rivolgeva al nostro primo incontro, ci avrebbe provato. Le mie sigarette gli piacciono, e a me, nonostante me l’abbiano quasi subito sconsigliato, mi piace offrirgliele.
Dicono che i soggetti come Abdul, clandestini e precari di lungo corso, se oggi gli regali una sigaretta, domani ne chiedono subito altre due, e dopodomani pretendo l’intero pacchetto. Anche a me capita di dirlo, per esempio ai volontari (maschi e femmine) del nuovo servizio civile, ai quali adesso tengo io le lezioncine. Davvero c’è tra la povera gente chi solo s’affida all’assistenza, e non cerca per i suoi guai soluzioni alternative. Non bisogna assecondare simili atteggiamenti. Se non ti aiuti, si sa, neppure Dio ti aiuta. Abdul tuttavia, mentre fuma, parla. E dai tristi casi che l’affliggono, tra molte imprecazioni contro il Destino e le forze vigliacche che lo governano, tira fuori storie buffe. Quel pretaccio, ad esempio, lucido e nero in una vecchia zimarra, che una notte lo sorprende in chiesa a rubar le candele. Certamente a un povero cristo come Abdul che vive in un magazzino abbandonato, senza acqua né luce, sono più utili, ceri e lumini, che ad una virginea Madonna di Lourdes eretta su un piedistallo di marmo dentro una basilica. Ma il prete non si impietosisce: chiama i carabinieri. Furto e profanazione di luogo sacro! Galera! Espulsione! Invece i gendarmi sollevano Abdul per le orecchie, lo buttano giù dalle scale del sagrato, e mentre ruzzola, gli tirano dietro le candele, col severo monito di non rimetter mai più piede in chiesa. Oppure quell’altra bell’anima del mugnaio che lo teneva a lavorare “per puro buon cuore”. Imbracato ad una corda, calavano Abdul nel silos del farinaccio. Doveva rimuovere le incrostazioni col piccone e il raschietto, ma c’era poca aria e un caldo del diavolo. Una volta Adbul è svenuto. Così il brav’uomo del mugnaio l’ha messo fuori. “Se devi morire qui, coi rischi che corro a tenerti, non conviene né a te né a me. Meglio se torni a casa. Casa tua. E ci resti”. L’anno appresso però l’ha richiamato. Il buco del silos è stretto. Servono operai magri da calar giù, che legati a una corda non pesino troppo, e non sbraitino. Difficili da reperire. Per fortuna il mugnaio ha il cuore grande: dimentica, perdona.
Non è ascolto attivo. Neppure l'empatia che insegnano ai corsi sulla relazione di aiuto. Io mi fermo a fumare con Abdul nel cortile della Caritas. E' tempo perso. Probabilmente avremmo entrambi altro da fare. Io in ufficio, davanti al computer della segreteria; lui in giro per il mondo a cercar miglior fortuna. Però siamo qui. Per sbaglio o per pigrizia, ci siamo incontrati. Passano ormai quindici anni, e quasi non ci siam mossi. Al centro Caritas di prima accoglienza, ancora Abdul mi scrocca le sigarette; ancora io, dalla legge 772 al co.co.co., faccio l'obiettore precario di coscienza. Nessuno dei due si lamenta.
Abdul trancia coi denti il filtro di una Malboro Light. Lo sputa via. Accende e tira lentamente. Aspira dalla bocca, espira dal naso. Disegna nell'aria ricami barocchi col fumo e coi gesti. Mi recita le sue storie, tra le tante possibili che compongono l'enorme casistica dell'umanità. La più gran parte ogni giorno intorno a noi si disperde: storie chiuse dentro le vite degli altri. Alcune, però, ci finiscono tra i piedi. E' inevitabile. Io credo che tutto il creato, per ispirazione divina, tenda al rimescolamento. Diventa allora una questione di equilibrio posturale: come ti poni, che atteggiamento assumi quando attraversi l'esistenza del prossimo tuo.
I mocassini viola con la fibbia lucente D&G, dove mi condurrebbero? Sui tappeti srotolati lungo le passerelle degli ambienti che contano, dove ai nomi si premettono titoli egregi ed esimie qualifiche, incespicherei nell'ansia di garantire prestazioni eccellenti. In divisa, poi, coi gradi cuciti addosso, mi sentirei in pericolo. Per vivere in mezzo alla gente, la responsabilità di un fucile non mi renderebbe più sicuro, né forte, né saggio. Terrei la canna bassa e finirei per spararmi sugli alluci, o farmi sparare.
"Tu sei troppo buono", dice mia madre amorevolmente, ma all'affetto che l'ispira, adesso che mi vede adulto fatto e finito, s'aggiunge una nota di commiserazione: buono chi è comprensivo; troppo buono chi facilmente si lascia ammorbidire dalle tante storie che sempre contano gli altri. I buoni rigorosi, che sanno imporsi, diversi da quelli più molli, con le brache calanti. Ha ragione. E' così. Con un pizzico appena della 'cattiveria' che mi manca - la grinta, l'aggressività,- avrei perseguito una carriera migliore, più prestigiosa e remunerativa. Ma qui mi sono fermato, al Centro di accoglienza in via Brasavola, dove la Caritas aiuta i poveri. Qui ho trovato, nel tempo che mi è concesso di perdere ad ascoltare le storie di gente che si arrabatta, la giusta misura del mio racconto.
Da scambiare col piatto di minestra, tanti commensali alla Caritas non hanno che quelle, le loro storie, oneste o fraudolente. Si istituisce apposta un Centro di ascolto: per raccoglierle e leggerci dentro i bisogni e le potenzialità di ciascuno. La Carità non si elargisce a scatola chiusa. E' una necessità: conoscere i casi, e valutare con oculatezza. A farlo bene, con calma e preparazione, diventa un vero e proprio lavoro, che serve, il nostro della Caritas, il mio, per il quale mi sento assai utile. "Il metodo consiste di tre passaggi: ascoltare, osservare e discernere, che non sono tanto cronologicamente consecutivi l’uno all’altro, ma costituiscono, pur nel loro ordine, una cornice globale di comprensione e interpretazione"1. Ma io, mentre fumo con Adbul, non lo applico. Qui fuori, nel cortile del Centro Caritas di prima accoglienza, noi due, leggermente sfocati dalla nebbiolina di cenere che espiriamo dal naso, stiamo davvero sprecando il tempo. Nient'altro potrà guadagnare da me Adbul che una sigaretta a scrocco; nient'altro potrò perdere io a dargli retta. Nei cinque minuti di pausa che ci concediamo sempre uguali da quindi anni, le distinzioni di merito non ci servono e mai ci sono servite. Le storie realmente accadute e quelle che ti inventi, la verità mescolata alle bugie, le parole misurate degli onesti e i ritornelli queruli dei malcapitati... possiamo sospendere il discernimento: la mia vita e la tua, il mio e il tuo ruolo nella società, il nostro Dio differente. Fumare, e intanto narrarci le storie, senza svolgere alcuna trama. Non cerchiamo in questa sigaretta un finale. Sappiamo che durerà poco, e non risolverà i nostri guai. Ma che importa? Se possiamo restare qui per un poco, cinque o sei minuti, deponendo le armi strategiche del nostro personale interesse, le misure del dare e dell'avere, l'urgenza del futuro, i torti e le ragioni che la vita ci carica addosso, ci resteremo, cinque minuti ogni giorno, per altri quindici anni, e poi quindici, e quindici ancora, Perché questa inutile sigaretta, - davvero non ve lo so spiegare, - è il nostro calumet della pace.

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