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 L'appello di papa Francesco - ogni parrocchia accolga una famiglia di profughi - ha suscitato, anche nella nostra diocesi,  reazioni contrastanti.

L'accoglienza, presentata in certuni discorsi come una necessità storica, un dovere morale, un'opportunità e una sfida soprattutto per i cristiani, affinché testimonino coi fatti di riconoscere il Figlio di Dio nel forestiero  bisognoso di ospitalità, in certi altri ragionamenti si mescola alle valutazioni concrete delle risorse disponibili - accogliere dove, con quali mezzi, accoglierne quanti? - e ai dubbi che subito si tirano dietro le paure di un travolgimento epocale dei nostri stili di convivenza, dei nostri valori, dei nostri spazi domestici - chi sono i profughi, che lingue parlano, quali scompigli ci portano? Così, qualche volta, dietro queste domande, l'accoglienza si eclissa: prenditeli a casa tua, aiutiamoli a casa loro, costruiamo barrire nel mezzo. Nel mio ruolo di direttore della Caritas diocesana, da molti anni partecipe alle faccende e alle questioni della povertà, sono stato più volte sollecitato ad intervenire nel dibattito, e ho esitato,  per non coinvolgere la Caritas nelle faziosità che esso facilmente accende.

Tuttavia, dopo la lettera ai sacerdoti  di S.E. Mons. Negri, per la misura e l'equilibrio con la quale il nostro vescovo affida alle comunità parrocchiali il mandato dell'accoglienza, e per il ruolo di supporto e coordinamento che attribuisce alla Caritas, sento di condividere alcune mie riflessioni. Nate dall'esperienza quotidiana di servizio ai poveri, e tra essi, da un anno, anche 23 donne profughe e 5 bambini ospiti del nuovo centro Casa Betania, esse non costituiscono una regola né un paradigma, ma un invito al dialogo e alla collaborazione. Io credo che solo un discernimento comunitario, sotto la guida dei nostri pastori, possa orientare la carità affinché sappia farsi concretamente operante, senza smarrirsi nelle enunciazioni di principio o subito precipitarsi nel fare. Occorre dunque ritrovarsi insieme per comprendere, e insieme cercare risposte. L'arrivo dei profughi, oggi presentato come un'emergenza globale, con numeri e toni forse fin troppo amplificati, proprio in regione della sua rilevanza mediatica  rappresenta per la comunità ecclesiale una provocazione. Ma io sento di poter dire che al fondo di questa emergenza, non certo per le sue cause, che sono enormi e complicate, ma per la risposta che da noi può venire, qui ed ora, con gli strumenti, le capacità e i valori cha abbiamo, c'è un livello di normalità sul quale possiamo attestarci.

La povertà - perché di questo pur sempre parliamo - che siano i disoccupati italiani, gli esuli di guerra, i migranti economici o i rifugiati politici, non è gente che se la passa bene. Ci sono tra loro gli umili e gli arroganti, i più facili e i più ostici, quelli che capisci o si fanno capire meglio e quelli che non sai. Però, quando dai palinsesti e dalle statistiche sbucano fuori in carne e ossa,  i poveri che arrivano, entrano, si avvicinano, presto smarriscono la loro presunta carica eversiva, si presentano a volto scoperto e a mani nude nella loro e nostra comune condizione di uomini. La stessa vicinanza che ci spaventa e può essere,  nella chiusura reciproca, foriera di dure contrapposizioni e aspri conflitti, nell'esperienza di chi accoglie è il più efficace antidoto alle paure che ci dividono. Non mi riferisco alla mia esperienza personale, né, in via esclusiva, a quella della Caritas. L'accoglienza, che pure va costruita ogni giorno, secondo le mutevoli e irregolari condizioni del momento, non è per la nostra comunità ecclesiale un 'monstrum', un'impresa eccezionale e portentosa nella quale cimentarsi con straordinario ardimento.

Da molti anni operano nella nostra diocesi gruppi associazioni e movimenti che hanno espresso nell'attenzione alle persone più fragili e sgradite il segno distintivo  della loro ecclesialità, e questo segno, che si compie nell'ascolto, nella prossimità e nell'accoglienza, , hanno posto a testimonianza di carità verso l'intera società civile. Molti sono nati proprio dalle parrocchie o nelle parrocchie hanno trovato sostegno e sostentamento.

Prima di chiederci cosa possiamo  fare oggi per i profughi, riconosciamo, come Chiesa particolare, quello che già abbiamo fatto e continuiamo a fare, con i nostri limiti e i nostri molti affanni, per le famiglie che non arrivano più a fine mese, per gli anziani soli e le badanti che li accudiscono, per i malati, per i disabili, per gli stranieri regolari e irregolari, per i carcerati, per i tossicodipendenti, per i randagi che dormo in strada, per gli zingari che non piacciono a nessuno…

Non abbiamo forse già scelto, molte volte, di stare dalla parte degli ultimi?

Centomila sopravvissuti al deserto, centomila al mare, centomila in cammino verso frontiere di filo spinato. Alle loro spalle migliaia di morti e milioni di persone afflitte dalla miseria, dallo sfruttamento, dalle guerre, dai fanatismi della religione, dell'economia,  del potere.

I profughi che arrivano da noi, poche centinaia, sono ospitati da associazioni e cooperative nell'ambito del programma di accoglienza predisposto dalla Prefettura e coordinato dall'Asp di Ferrara. La Caritas  e l'associazione Viale K  hanno aderito al programma. Per loro tramite e col loro sostegno, a fronte della "complessità dei servizi e delle competenze specifiche" richieste (assistenza sanitaria e legale, mediazione linguistica, corsi di lingua italiana, controlli e verifiche), tutte le comunità parrocchiali possono contribuire all'accoglienza, mettendo a disposizione posti letto, ove si reperiscano case o appartamenti sfitti, organizzando momenti di incontro e socializzazione per favorire il coinvolgimento attivo e l'integrazione dei profughi, individuando uomini e donne che siano disposti ad affiancarli e orientarli nella vita di tutti i giorni "in un mondo così diverso dal loro" e da quello che probabilmente noi stessi vorremmo lasciare in eredità ai nostri figli.  Si può fare, umilmente e con buona volontà.

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